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Qualche notte fa l’insonnia mi spinse ad una ricerca frenetica e quanto mai letteraria. Sembrerà infatti banale, e usurato, e come espediente confesso di sapere che non è affatto nuovo. Ma così si ripetono i luoghi in cui la mente occidentale si abbevera di continuo, e questa fonte non è ancora esaurita. Sarà forse esaurito il topos della decadenza di Roma, e nemmeno: lo sto rinverdendo io stesso.

Ad ogni modo , mi trovai nel buio della notte, in giro per la città, a cercare un libro che avevo visto tantissimo tempo fa, senza più ricordare dove, senza la speranza di poterlo avere, perché di notte puoi afferrare solo i libri che hai sottomano, e non quelli nascosti. Vagando vagando mi portai come attratto da una forza invisibile al cancello di un posto che frequento molto, di giorno. E ricordai che era lì il libro che desideravo. Era molto tardi, e non ho mai posseduto le chiavi di quel posto. Ci pensai su. Mi venne anche in mente di scavalcare il cancello e intrufolarmi dentro la struttura, magari forzando qualche porta. Ma, suvvia, non sono un ladro. Presi il telefono e chiamai il custode della struttura (per inciso, si tratta di un oratorio in cui bazzico per dare sfoggio delle mie incongruenze e della mia più vera incapacità a fare quello che dovrei fare, ma nessuno lì se ne accorge).

Il custode, il signor E., rispose con una certa giustificata fatica al telefono. Inventai una scusa perché mi aprisse, e, poiché ho conquistato un certo potere da quelle parti, mi rispose che avrebbe aperto subito il cancello, bisognava soltanto che attendessi cinque minuti. Tre minuti dopo ero all’interno dell’oratorio, col signor E. assonnato e imbacuccato nella flanella che mi apriva porte e accendeva luci.

Vi chiederete cosa ci faccia un libro che io cercavo in un oratorio. Di solito i libri che io cerco sono a Roma, a Milano, in Siria, nelle biblioteche regionali o comunali. Quello no, ne avevo visto una copia lì. Questo a dimostrazione della sua facile reperibilità. Non nascondo che forse ne avevo una copia a casa, ma non era il testo in sé ad interessarmi, era quel testo che volevo.

Il signor E. mi disse che avrebbe aspettato in portineria – forse per lasciarmi libero di fare quello che dovevo. Mi sembrò, da parte sua, una specie di rispetto riverente, come se giudicasse essere un male di starmi vicino. Gli dissi che poteva invece seguirmi, di notte lì mi spaventavo, finsi,  a girare da solo. “ – Signore – mi disse allora – Vorrei raccontarvi una storia su questo posto.

          Dite buon’uomo – feci io mentre cercavo di ricordare la stanza dov’era quel libro.

          Si racconta che un tempo una donna venisse qui, sa, di quelle che… di quelle che per mestiere o per sciagura sono costrette a fare la vita, insomma… Sì, perché qui avevano dimora dei preti, nel vecchio convento ora in disuso… Ecco, questa donna, certa Domizia, una notte uscì di qui dopo essere stata con un sacerdote, e vide, qui fuori, nel cortile, un grosso cane nero, con gli occhi scintillanti e il pelo corto. Si spaventò, perché non sembrava un cane del posto, era senza catena e pareva randagio. Stette a guardarlo qualche minuto, poi si fece forza e provò ad andar via. Il cane allora parlò, e le disse: «Guai a te e alla tua mal’anima se ti fai rivedere qui! Questo posto è mio, non tornare più!» E la donna scappò per sempre.

          Un cane parlante? E chi era? Un angelo che voleva redimerla?

          Un angelo? E quando mai s’è visto che un angelo appaia in veste di cane nero e rabbioso? Quello era il diavolo in persona.

          Ma, mi scusi signor E., perché il diavolo avrebbe voluto che una donna di facili costumi non tentasse più dei preti? Mi sembra un controsenso, avrebbe anzi dovuto far di tutto per invogliarla a tornare…

          Il signore si sbaglia, mi permette. Magari non è proprio pulito quello che faceva la signora Domizia con i preti, ma, insomma, facevano all’amore. E il diavolo combatte l’amore.”

Mi  sembrò sconvolgente quello che disse il vecchio custode. L’amore è anche il fare all’amore, certo. Nulla di più coerente per un diavolo che impedirlo a tutti i costi e in tutte le sue forme…

Mentre dicevo al signor E. che trovavo avesse ragione trovai anche il mio libro. Eccolo, il Discorso sul metodo di Cartesio! Sì, perché il libro è quello, e la caccia al libro sembrerà adesso ai miei lettori incredibile e assurda. Ma vi prego di pazientare un poco prima di dare giudizi affrettati. Ho già detto che non mi mancava il testo, e anche se non lo tengo sul comodino, lo posseggo già. Ma era questo quello che volevo. Tanto tempo fa, mentre mi trovavo in questo oratorio, di giorno, badate, ad aspettare che arrivassero i ragazzi per le attività pomeridiane, l’avevo visto e sfogliato. E avevo visto che qualcuno aveva scritto qualcosa nelle Note, senza però soffermarmi molto a decifrare quella scrittura.

Questa notte però l’insonnia e quest’inspiegabile desiderio di sfogliare quel libro mi avrebbe detto ciò che la mia curiosità voleva appagare. Curiosità volgare forse. Non bisogna mai leggere le note che qualcuno appone a un testo senza il suo consenso. È vero che il possessore del Discorso doveva essere passato a miglior vita, visto che il suo libro era res publica. Ma la volgarità forse permane. Salutai il vecchio E., gli diedi qualche soldo per il disturbo e tornai a casa, col libro sottobraccio. Non appena messo in poltrona aprii il libretto, andai subito alle ultime pagine ed ecco cosa trovai scritto:

« Il maggiordomo di casa N. crede che gli uomini non sanno quando  fanno il male. Inconsapevoli e quindi in un certo senso innocenti. Non sono d’accordo. Io sono consapevole del male che compio, non sono ignorante. Ho ucciso il bambino appena nato di mia sorella, perché non avrebbe potuto mantenerlo. Ma questo non mi giustifica, e andrò all’Inferno per questo. L’ho ucciso sapendo che non dovevo farlo, sapendo che non ne avevo il diritto, e che solo Dio può scegliere chi vive e chi muore. Come vorrei essere ignorante, come pretende il maggiordomo degli N.! » Il resto si confondeva per via delle lacrime.  Se ero già stato sconvolto dalla metafisica del signor E., lo fui anche di più dalle rivelazioni che quel povero disgraziato scrisse su Cartesio. Perché poi Cartesio?…

Cosa trarre da quest’avventura? Sono qui, col Discorso sul Metodo in mano, e dopo anni mi sto rimettendo a leggerlo. Chissà che non trovi un senso alla sofferenza di questo sconosciuto. E se non ci fosse? Se fosse tutto ugualmente assurdo, come la mia personale avventura alla ricerca di questo libro? In quel caso… Che, almeno, la compagnia che v’ha fatto non vi sia stata sgradevole.

 

3 thoughts on “Storia di un libro, di come fu ritrovato e di chi vi scrisse sopra

  1. ….avevo fatto una bellissima analisi alla De Sanctis (o alla Affrontis) ma la pagina si e\’ chiusa e ho perso tutto….Giuro.Dunque riassumo in pochi punti:> Ho molto apprezzato la struttura narrativa alla Eco. > L\’ atmosfera ricorda tantissimo quella de de "Il nome della rosa" (la ricerca del libro, di notte, la metafisica delle persone semplici). > Protagonista alter ego di Guglielmo da Baskerville(gode anche dello stesso rispetto). > Dallo stesso nome del protagonista/alter ego la citazione dal mastino di Doyle.Questi sono i collegamenti controrti che ho trovato io, ma se tutto cio\’ non fosse programmato, disgra, hai creato una stupenda miscela di atmosfere assolutamente inerenti tra loro.> Finale aperto, se non spalancato, che inevitabilmente porta alla riflessione (io, io!!!).> Ammiccamenti a Manzoni per quanto riguarda il rapporto col lettore.Per finire, e qui esco dall\’odiata analisi, un commento che per me vale piu\’ di tutti quelli sopraelencati messi assieme: sembra un vero e proprio brano da antologia, come fosse parte di un ben piu\’ articolato romanzo, non so se mi spiego, sei entrato sciolto in campo, tanto per usare una metafora calcistica…I miei complimenti! Ora aspetto solo di capire dove ho sbagliato..

  2. io credo che la scrittura sia sempre programmata.. Magari non necessariamente nel senso che ci si mette a tavolino e si stende un piano di quello che si vuole scrivere e ottenere (io non l\’ho mai fatto), ma nel senso che scrivere implica, rispetto all\’espressione verbale, una maggiore ponderazione. Beh sì, Eco, Manzoni, poi tu hai tratto un riferimento a Doyle, mentre nelle mie intenzioni era a Petronio o Nérval.. Che dire, mi diverte riferirmi a dei modelli, è un modo per farsi scudo, difendersi… E poi, la cosa più importante, il lettore non sbaglia mai🙂

  3. Oh beh, la corta linea temporale della mia cultura non mi permette di spingermi troppo indietro con i riferimenti. Non so in cosa tu abbia citato Petronio o Nerval, ma devi ammettere che il cane nero con gli occhi lucenti che scaccia gli intrusi e\’ un puro richiamo ad Il Mastino dei Baskerville.Per il resto, disgra, e\’ naturale non pianificare nulla ed e\’ naturale avere dei modelli. Io stesso non saprei come fare senza il mio Gundam di 15cm…

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