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Salve a tutti!!!………..
Comincia qui una rubrica particolare, che ha come fine quello di dare conto del grande interesse dell’uomo di strada nei confronti di argomenti che si immaginano squisitamente polverosi o accademici: la lingua e il linguaggio. Ben lungi dall’essere cose di cui ce si frega, mi sono accorto che in città la gente nutre un non so qual attrazione verso ciò che ha a che fare con l’espressione linguistica. Inoltre è una cosa che interessa anche me. Mi piace riflettere sull’uso della lingua, sulla consapevolezza che ne abbiamo, se l’abbiamo. E dunque eccoci qui, alla prima puntata di quella che mi piacerebbe chiamare Riflessioni metropolinguistiche (laddove dovrei dire sociolinguistiche, ma è termine che svierebbe, che rimanda a orizzonti marxisti).
Ci han rubato una vocale
Qualche sera fa sembrava di partecipare ad una parigina festa dei folli. Ero per le strade sporche più del consueto di Palermo, gradevolmente e quietamente in compagnia di una mia cara amica. Attorno a noi fioriva la follìa: musicisti incompresi, cugini ubriachi, viandanti verso l’infinito e oltre, tutto un pulviscolo umano insomma contrassegnabile come strano, sicuramente diverso. C’era qualcosa nell’aria che dava a tutti una certa aura di anormalià, di stortura, carnascialesca e buffona. Dovrei indurne, poichè io e Cristina serbavamo la nostra dirittura mentale, che gli strani, invero, eravamo noi. E chissà che non sia proprio così.
Ad un certo punto uno di noi ha la sciagurata idea di fermare un tizio per chiedergli una sigaretta. Fu la fine. Il tizio in questione, certo Andrea, era veramente e propriamente uno schizofrenico. Non ci molla più. Parla di cento cose contemporaneamente, con una velocità che mette alla prova le nostre capacità cognitive, spazia come un gigante dalla musica jazz a Meli, dall’arte contemporanea alla storia medievale siciliana, suda da pazzi, cangia di continuo espressione, è un fiume in piena. Saltando bruscamente di palo in frasca narra contemporaneamente di un amico che si è suicidato, delle fortunose circostanze che la vita gli ha offerto e conservatori e Venezia e genocidi perpetrati in epoche di cui s’è persa traccia. Fuma, e beve, e parla parla parla… Ad un certo punto però convoglia tutte le sue forze (e le nostre) su una cosa di cui non si da pace. Mi fa: “A me la gente prende per pazzo..”
“Ma no”
“Nosì,amelagenteprendeperpazzo” (giuro, non riesco a trovare un modo grafico peggiore di questo per significare come parlasse. Vi ho dato un saggio. Continuerò come il dio della scrittura comanda). Continua: “Però io ho fatto caso ad una cosa parlando con la gente del popolo, e più cerco di capire più non sono compreso, e mi scervello” (inutile spiegargli che la gente non lo comprenda per motivi strutturali). “Si tratta della nostra lingua, il siciliano. Tu parli il siciliano, no?”
“No”
“Nosì,sì,tuloparli”
“Ti dico che non lo so parlare, sono ridicolo quando parlo in dialetto”
“Però se qualcuno parla in siciliano lo capisci, almeno”
“Sì, ho una.. competenza passiva”
“Bene; tu c’hai fatto mai caso alle nostre vocali? Il siciliano parte da 5 vocali, aeiou
“Sì”
“A differenza del toscano che ne ha 7, aéèiòóu”
“Sìì (questo ha studiato con Ruffino, penso)”
“Oh, ora, prova a dire una frase, una frase qualunque in siciliano”
“Ma se ti dico..”
“Vabeneladicoio…una frase qualsiasi.. che so, cca ci sunnu sti picciuatti (dittongo palermitano ùa, lo sai)…”
(Certo che lo so, abbiamo studiato gli stessi libri con gli stessi professori)
“… sunnu cca e bivinu birra, vinu manciannu cacùacciula” (proprio, una frase da Aliffi, i ragazzi sbevazzano e sbocconcellano; per i continentali che mi leggono, i cacocciolicacùacciula pardon, con la a finale che si chiude in uno schwa – sono i carciofi e la frase di Andrea significa: qua ci sono questi ragazzi, sono qua e bevono birra, vino mangiando carciofi)
“Bene”
“Quante parole sono? ccauno,cidue,tresunnu.. unoduetre.. Ci sono dodici parole. Quante e ho detto?”
“Umm..”
“Nessuna. CCa ci sunnu sti picciotti ca vivinu birra vinu e mancianu cacocciuli
(Veramente la frase è un po’ diversa ma va bene)
“Non c’è nessuna e. Ci hanno rubato una vocale. Una vocale ci hanno rubato. Per questo possono fare quello che vogliono di noi, non abbiamo una vocale, non abbiamo più la e…”
Delirio a parte mi lampeggiano pagine di Orwell sulla lingua, l’uso che può farne il Potere per impedire alla gente di esprimere concetti – e quindi pensarli -, Richelieu e l’Accademia, l’azione di controllo e normalizzazione del francese, tutti i nostri poeti più freschi e vivi odiati dai più diversi e uguali governi…
Di solito il problema è più facilmente percepibile nella misura in cui è il lessico a essere colpito. Parole morenti o scomparse danno sovente il senso dell’incapacità nella quale siamo gettati da un’ideologia che quelle parole sta uccidendo o ha ucciso. Il fatto è salvo nel caso di parole che si riferiscono a oggetti o cose che esse stesse scompaiono dalla vita dell’uomo moderno, che so, l’arcolaio, strumento che appunto, non so cosa sia. O di parole che si riferiscono a un gergo tecnico ben preciso: ok.
Ma parole come latebra, pletora, quantunque, afferente Io tremo di fronte a coloro che non conoscono queste o altre parole. Ma non per loro. Ma per il fatto che il nostro campo intellettuale si sta riducendo; poi, lo sapete, io sono un complottista, per cui vedo le cose sotto l’ottica “è un preciso disegno per istupidirci tutti”. Appunto, come ha detto quel folle, “possono fare di noi quel che vogliono”.
Dunque ci han rubato la e. Non ho verificato se la cosa sia vera. Quel che mi interessava è lo spirito cha ha animato queste riflessioni. Uno spirito di attaccamento, di affetto e interesse per la lingua. Per strada, una notte, tra due folli… Desidero concludere come fece una volta De Mauro citando, proprio, un poeta siciliano, Ignazio Buttitta.. la traduzione ve la fornisco alla prossima puntata🙂
Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu,
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi nn’addugnu ora,
mentre accordu a chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

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