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Qualche anno fa facendo un’esame di storia dell’arte moderna, mi capitò di parlare d’economia. La cosa avvenne quasi automaticamente dal momento che l’impostazione marxista del corso esigeva una disamina dei fatti dell’arte alla luce della società che li aveva prodotti, e, quindi, del sistema economico che li sorreggeva. Si trattava dello sviluppo artistico ai primordi dell’età moderna (fine ‘400, inizi ‘500), o meglio, di quelli che vengono considerati i primordi e che invece sono solo il puntuale sviluppo socio-politico-morale di un mondo che già economicamente era traghettato al moderno sistema capitalista almeno da due secoli (nell’Italia centro-settentrionale quantomeno). Attraverso quel corso mi resi conto di molte cose, una delle quali che la scuola non insegna nemmeno gli elementi fondamentali dell’economia, che resta per i comuni mortali come una nebulosa da considerare superstiziosamente. La cosa è vergognosa dal momento che poi quelli che consideriamo i sacerdoti dell’economia hanno una competenza anche inferiore a quella della semplice casalinga che va a fare la spesa. Infine, alcune recenti constatazioni sull’ignoranza dilagante in materia, mi hanno deciso a tenere un corso di economia, hic et nunc, a puntate: lo so, forse sarebbe stato preferibile inserire i miei romanzi a puntate, ma visto che vengono trombati dalle case editrici, mi riciclo in questo nuovo ambito; spero almeno di riuscire in qualcosa.
Avvertenza: questo ciclo di “lezioni” non hanno nè capo nè coda. Posso decidere di interromperle quando mi gira. Nè assicuro se ne possa ricavare nulla di buono.
La prima cosa che mi viene in mente parlando d’economia è il concetto di capitale, nonchè di capitalismo. Si tratta di cose a cui penso con affetto, e con rispetto anche: forse perchè ormai confinate nello spazio della memoria, le addolcisco nell’idealizzazione confusa che sempre si fa di quel che è trascorso, anche se, quando trascorreva, era il demonio. Ossissignori. Checchè ne pensiate il capitalismo è morto, non c’è più, è stato spazzato via. E non dai suoi “nemici” di un tempo, il socialismo e lo Stato assistenziale: che erano necessari correttivi, semmai, e che sono morti anch’essi. Ma forse corro troppo, quindi andiamo piano.
Cos’è il capitale? Il capitale è una somma di denaro impiegata in un’industria o messa a frutto. Ne consegue che il capitalismo è lo sfruttamento per mezzo del capitale; e un sistema capitalistico è un sistema politico-economico che accorda importanza prevalente al capitale. Mi sembra d’essere chiaro, e anche obbiettivo. Ma comunque.
Ora, perchè dico che il capitalismo è morto? Perchè, storicamente, per essere messo a frutto, il capitale si è servito di un regime di libero mercato, di libera concorrenza; è quasi assiomatico: se mi viene impedito da Chiunque di accedere all’investimento del denaro che ho prodotto lavorando (o facendo lavorare), è ovvio che si tratta di un capitalismo diciamo così, malato, all’italiana, dove un certo indirizzo politico (di destra o di sinistra, non importa) preferisce dirigere i capitali per un interesse diciamo superiore: cosa che teoricamente può non avere nulla di male, anzi; ma se l’andazzo porta poi la grande industria a non fare passi avanti, e autonomi, nelle scelte; se esse scelte devono in un modo o nell’altro gravare sullo Stato (mi permetto di ricordare la FIAT, l’Alitalia, fra un po’ le Ferrovie), allora, per essere eufemistici, ci troviamo di fronte ad un capitalismo “bambino”, di un paese dove regole generali non sono state allestite e si invoca allora l’assistenza continua e solerte di Mamma. Come se la Mamma debba continuare a tenere d’occhio il salvadanaio del figlio che ha 40 anni. No, se succede una cosa del genere vuol dire che la Mamma ha fallito, non ha saputo insegnare una volta per tutte al figlio come spendere i soldini.
Da quanto già detto, è chiaro che il capitalismo italiano è sempre stato una bestia un po’ strana, mai diventato adulto, come invece i suoi fratelli occidentali. Se poi ci mettiamo una tendenza mondiale allo strangolamento del buon vecchio capitalismo siamo fritti. Dicevo della necessità di un libero mercato: altra parola che è come uno scherzo. Com’è possibile pensare a un libero mercato se, mettiamo, Tizio, è nel Consiglio d’Amministrazione dell’azienda x e contemporaneamente della concorrente azienda y? Mettiamo che x e y si occupino di telefonia mobile. Teoricamente entrambi, dovranno cercare di cattivarsi la preferenza del pubblico, quindi dovrebbero prendere delle scelte per cui, che so, i telefoni dell’una siano più appetibili dei telefoni dell’altra. Ora, se, diciamo così, x avesse una quota di mercato superiore a y, y declinerebbe; i soldi che guadagnerebbe x sarebbe il nuovo capitale che userebbe nell’investimento di una telefonia sempre migliore; e così via. Invece, dal momento che Tizio deve fare gli interessi di entrambe le aziende, che succederà? NULLA: x e y offriranno servizi praticamente identici, vigerà una perpetua mediocrità per cui l’una non supererà l’altra e i soldi guadagnati, visto che non possono essere reinvestiti perchè ciò significherebbe la concorrenza tra x e y, servono per comprare azioni: che sono pure valutazioni virtuali di un prodotto, di un marchio. Insomma, il capitale non viene messo a frutto in investimenti concreti: non si moltiplica, non genera altra merce nè altro denaro. Fa sempre lo stesso giro. E questo io non lo posso definire libero mercato, nè capitalismo: capitalismo incancrenito forse, in cui quello che conta è la finanza, cioè appunto, le valutazioni virtuali delle merci.
Naturalmente la cosa non è del tutto esatta. Il denaro non viene investito solo in azioni (cioè finti investimenti, chè non producono nulla). Ma anche nell’informatizzazione dell’azienda, per cui si pagano degli “architetti di Rete” per rendere l’operatività dell’azienda più proficua; anche in questo caso, però, ci sono due cose su cui riflettere. Uno: mettiamo che l’informatizzazione di un’azienda faccia risparmiare tempo e denaro: cosa fa del denaro? Abbiamo già risposto, compra azioni. E il tempo?.. tempo sprecato.
Due: la Rete, Internet; attraverso ciò le informazioni aziendali corrono più veloci da un capo all’altro dell’azienda stessa. Ma non c’è nulla, assolutamente nulla di concreto. Internet serve eccome, ma, anche qui, il denaro investito non ha prodotto materialmente niente. Niente di palpabile. I telefoni di x ne usciranno migliorati? Il lavoro fornito agli “architetti della Rete” ha messo in circolo denaro, ma prodotti? Cose?
C’è un’ultimo modo in cui i soldi oggi vengono investiti dalle aziende mondiali: nella delocalizzazione. Ora cercherò di non fare il verso a No Logo, libro in cui se solo la metà delle cose scritte fossero vere ci sarebbe abbastanza per crederci. Cos’è la delocalizzazione? è l’unica, l’ultima cosa dell’economia moderna mondiale che non la rende un’economia totalmente curtense, chiusa, medievale. è un sistema per cui un azienda, per risparmiare denaro (denaro che ancora non si capisce a che serve) sposta la sua fabbrica di mattoni in India, in Cina, in Congo: posti in cui la manodopera lavora praticamente in schiavitù, non ci sono controlli sindacali, non si devono rispettare leggi sulla tutela dell’ambiente ecc. ecc. La delocalizzazione è un’onta, e per molti motivi.
Motivi “leghisti”: ci tolgono il lavoro.
Motivi legalisti: sfruttano il lavoro nero.
Motivi umanitari: sfruttano il lavoro minorile.
Motivi ambientali: usano quei posti come immondezzai.
Motivi economici: il risparmio è relativo, temporaneo e, per adesso, di ignoto indirizzo: certo non al reinvestimento.
Credo che come prima lezione sia una lezione coi controfiocchi…

2 thoughts on “Lezioni di economia (I)

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