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Signori oggi racconterò una storia. Un apologo se vogliamo. Vi avverto: sarà una storia strana e incomprensibile come le storie della Bibbia, come le favole di Esopo, come i racconti delle Mille e una notte: sarà insomma una favola, un’allegoria, una maschera che come ogni maschera copre, ma dal momento che esistono anche le maschere per nuotare sott’acqua, bisognerebbe confessare allora che le maschere possono anche rivelare… Ma sto scivolando nell’ironia, che è l’ingrediente forse il meno adatto per mettersi a raccontare storie..
Dunque; c’era una volta un ragazzo, non grande non forte non rude; ma intelligente. E bello. E delicato. Non era uno stupido come potreste frettolosamente indurre. Era anzi cosciente della sua realtà, e dei suoi limiti. Conosceva i suoi difetti, e mediamente se ne compiaceva. Sapeva quali erano le sue potenzialità, e scavava il solco lungo il quale farle crescere, farle stendere. Pur senza essere il suo principale desiderio, si affacciava alla sua mente, di tanto in tanto, il desiderio di conoscere una donna, da amare, liberamente, corporalmente, e forse perchè no?, una donna proprio da perderci la testa, di quelle la cui voce elettrizza, e ha più potenza del Capo Supremo delle Forze Armate.
Com’è come non è, si invischiò un giorno in una di quelle sgradevolissime faccende a tre: lui lei l’altro. Credette di innamorarsi di una Tale, ma scivolò fino a voler bene (tanto bene) anche al di lei Tipo. La Tale era una cretina, e invece di toglierselo di torno (non il suo Tipo, ma il nostro protagonista) se lo lasciò pascere attorno. Lui cadde di contraddizione in contraddizione finchè capì l’abiezione in cui si trovava e ne uscì fuori. A fatica, a fatica cazzutissima. Ma infine ce la fece. Il problema però si è che questa storia l’aveva lasciato come violentato, sbattuto, svuotato. In una condizione del genere era facilissimo per lui cadere in un’altra trappola, circondato poi com’era di amici stupidi, e così infatti avvenne.
Si innamorò una prima volta, di Lucilla della Salsapariglia, la quale dopo esserselo goduto un attimo, gli fece il tremendo gioco di farsi monaca, assieme ad una sua cara e silenziosa amica, Vera del Vajolo. Esse gli comunicarono che sarebbero sempre state amiche e confidenti sue, pur se dall’interno del chiostro. Il nostro amico partecipò alla presa dei voti delle due sante donne, si inginocchiò di fronte a loro e ancora oggi va al convento a parlare con la sua ex amante e l’amica della sua ex amante. La seconda volta si innamorò di Viola de Rosis, e la prostrazione nella quale cadde dopo che la storia andò in sfacelo fu ancora peggiore di quella per la Tale, più amara della monacatura a cui cmq aveva partecipato festante. Un disastro. Si scoprì melancolico, e si adattò alla mutata condizione: cominciò a vestire di nero, trascurò gli impegni, scrisse poesie, canzoni, lettere. E poi ancora elegie, commenti, preghiere. Ma nessuno di questi sfoghi lo sfogò veramente. Ancora oggi vaga senza una meta, spento, balbettando a tratti stupidaggini. I suoi amici non lo riconoscono, e si addolorano. Lucilla e Vera dal convento gli scrivono lettere piene di affettuose stupidaggini. Chi mi ha raccontato questa storia attende ancora che qualcosa lo scuota, che qualcuno gli dia delle sberle, violente ma benefiche, come del vento freddo: che è squallido e triste, ma ti convince che è ora di mettere il maglione.
 
P.S. oggi è il compleanno di Enrico, la persona senza la quale per me sarebbe impossibile ogni mio contatto con questa tastiera, questo computer; la persona grazie alla quale la realtà virtuale è in vero realissima. Auguri disgr.

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